CARISSIMO MUSTAFÀ…

Lettera dalla Caritas 10 agosto 2022

«In Somalia non c’è lavoro, non ci sono medici, lì morirei di fame per questo ho fatto il sacrificio di venire in Italia».

Carissimo Mustafa,
il buio della notte porta a pensare ai tuoi occhi chiusi per sempre, a motivo di un tragico incidente ad Ancona. Ti avevano accompagnato in Caritas: non sapevi dove dormire. Ti abbiamo accolto nella sala Polivalente, attrezzata per l’emergenza freddo. Non si riusciva a comunicare con te, non conoscevi l’italiano e avevi atteggiamenti particolari: parlavi, gesticolavi, camminavi, apparentemente chiuso nel tuo mondo. Avevamo pensato a dei limiti, che forse caratterizzavano la tua vita, ma alcuni tuoi amici ci hanno detto che in realtà era il frutto di quanto subito nel passaggio in Libia. Poi un giorno sei scomparso… e questa mattina è arrivata lo notizia che ci ha riempito di tristezza.
Carissimo Mustafà, chissà quali sogni portavi nel cuore, quali progetti avevi in mente, quali speranze coltivavi per il futuro?! Chissà cosa c’era dietro i tuoi occhi persi di fronte a qualche rimprovero? Non dimenticheremo i tuoi pochi sorrisi di gratitudine, come quando ricevevi abiti al vestiario!
Carissimo Mustafà, mentre si fa più profondo il buio della notte ci viene in mente che un giorno, presso quel Dio buono e misericordioso, che chiamiamo con nomi diversi, ci rincontreremo… forse con amara sorpresa penderemo coscienza che prima di ogni progetto viene la persona, forse arrossiremo per non esserci indignati abbastanza e gridato tutta la rabbia per tanta ingiustizia, forse con vergogna chiederemo noi, che a volte crediamo di disporre di tutto e di tutti, di essere accolti nella casa di quel Padre, dove i primi posti sono proprio per gli ‘scartati’.
In questa notte, che sembra più tenebrosa delle altre, rileggiamo la lettera, scritta più di 30 anni fa, ma quanto mai attuale, di quel grande Vescovo che è stato don Tonino Bello, dal titolo “Fratello marocchino”: c’è molto da riflettere!

“Fratello marocchino
Perdonami se ti chiamo così, anche se col Marocco non hai nulla da spartire. Ma tu sai che qui da noi, verniciandolo di disprezzo, diamo il nome di marocchino a tutti gli infelici come te, che vanno in giro per le strade, coperti di stuoie e di tappeti, lanciando ogni tanto quel grido, non si sa bene se di richiamo o di sofferenza: tapis!
La gente non conosce nulla della tua terra. Poco le importa se sei della Somalia o dell’Eritrea, dell’Etiopia o di Capo Verde. A che serve? Per il teatro delle sue marionette ha già ritagliato una maschera su misura per te. Con tanto di nome: marocchino. E con tutti i colori del palcoscenico tragico della vita. Un berretto variopinto sul volto di spugna. I pendagli di cento bretelle cadenti dal braccio. L’immancabile coperta orientale sulla spalla ricurva. E quel grido di dolore soffocato dalla paura: tapis!
Il mondo ti è indifferente. Ma forse non ne ha colpa. Perché se, passandoti accanto, ti vede dormire sul marciapiede, è convinto che lì, sulle stuoie invendute, giaccia riversa solo la tua maschera. Come quella di Arlecchino o di Stenterello, dopo lo spettacolo. Ma non la tua persona. Quella è altrove. Forse è volata su uno dei tanti tappeti che nessuno ha voluto comprare da te, nonostante l’implorante sussurro: tapis!
Dimmi, marocchino. Ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure tu? Quando rannicchiato nella tua macchina consumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella? Conti anche tu i soldi la sera come facevano un tempo i nostri emigranti? E a fine mese mandi a casa pure tu i poveri risparmi, immaginandoti la gioia di chi lì riceverà? E’ viva tua madre? La sera dice anche lei le orazioni per il figlio lontano e invoca Allah, guardando i minareti del villaggio addormentato? Scrivi anche tu lettere d’amore? Dici anche tu alla tua donna che sei stanco, ma che un giorno tornerai e le costruirai un tukul tutto per lei, ai margini del deserto o a ridosso della brughiera?
Mio caro fratello, perdonaci. Anche a nome di tutti gli emigrati clandestini come te, che sono penetrati in Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai lavori più umili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, sono costretti al silenzio sotto la minaccia continua di improvvise denunce, che farebbero immediatamente scattare il « foglio di via» obbligatorio.
Perdonaci, fratello marocchino, se, pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato l’amarezza dell’emigrazione, non abbiamo usato misericordia verso di te. Anzi ripetiamo su di te, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera.
Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro.
Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo braccato per condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria.
Perdona soprattutto me, vescovo di questa città, che non ti ho mai fermato per chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo, fosse anche una chiesetta, dove poter riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi misteriosi della tua moschea.
Perdonaci fratello marocchino. Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha… il colore della tua pelle.

P.S. Se passi da casa mia, fermati.

don Tonino